Più che cura è controllo, più che sicurezza è paranoia digitale. Che i genitori tengano d’occhio i figli piccoli o le figlie piccole attraverso i dispositivi di geolocalizzazione può anche sembrare ragionevole. E lo stesso vale per chi ha in carico persone anziane o con fragilità psicomotorie: questi aggeggi, posizionati dentro alle scarpe o in tasca, sono un modo per garantire sicurezza, rasserenarsi e preservare una (parvenza) di libertà individuale.
Il “cordone digitale” e la sua scadenza
Ma questo “cordone digitale” dovrebbe avere una data di scadenza. Di sicuro dovrebbe essere vietato nelle relazioni tra pari e in circostanze di normalità. Ovvio: se la persona del cuore decide di fare un viaggio nelle lande desolate dell’Islanda, in solitaria, è bene concordare per la geolocalizzazione. Quando si hanno bambini e bambine che vanno in gita o al parchetto, è comprensibile fidarsi della tecnologia. Ma già a partire dalla loro adolescenza e ancor più nell’età adulta, sapere in ogni momento dove si trova l’altro smette di essere protezione e diventa sorveglianza.
E non cambia la sostanza anche quando non c’è alcun dispositivo, ma si pretende che l’altra persona “condivida la posizione”: qualcosa che si può fare con qualsiasi smartphone, usando banalmente whatsapp.
L’ossessione mascherata da cura: non ci crede nessuno e fa male a entrambi
Ma andiamo al sodo: nelle relazioni sentimentali, la questione è molto più semplice di quanto non vorremmo. Se non ci si fida del partner, non ha senso mascherare la propria ossessione per il controllo da “cura” e “preoccupazione”. Non è vero che si chiede di attivare la condivisione della posizione perché “potrebbe avere un incidente”. Si fa perché si è paranoici, ossessivi. E allora non si deve stare in una relazione.
Alcune persone avvezze a questo tipo di pratiche le difendono, parlandone come un gesto di intimità, un piccolo atto di trasparenza reciproca. In certe situazioni, come quando si viaggia soli in luoghi isolati, condividere la posizione è rassicurante e può fungere da assicurazione sulla vita.
La violenza digitale: una forma di controllo
Ma chiedere di mandare la posizione per verificare se davvero si trova in ufficio è violenza digitale. Anche verso sé stesse: dove sta la cura quando ci si abbandona a sentimenti angoscianti? La fiducia è altra cosa e demandarla a un oggetto o a una notifica dovrebbe far riflettere chi la chiede. E non vale la scusa dei traumi passati. Se l’ex era manipolativo, esistono sedute di terapia: il trauma non si coccola.
La dinamica del georicatto: “se non hai niente da nascondere perché non condividi la posizione”
Prima c’erano le foto: “mandami una foto” per vedere dove sei “veramente”. Poi la videochiamata, “per vedere se davvero è dove dice di essere”. Ora c’è la geolocalizzazione: “Perché non vuoi che ti localizzi? Che hai da nascondere?”, spostando il baricentro della relazione dal terreno della fiducia a quello del controllo.
Per onestà intellettuale, gli studi mostrano che la geolocalizzazione nelle coppie può aumentare il senso di connessione, facilitare la coordinazione quotidiana e rafforzare l’idea di vicinanza. Ma documentano anche che può innescare dinamiche tossiche: gelosie, ansie, e dipendenza da dispositivi di controllo.
Non aumenta il senso di fiducia, anzi
Non a caso, la psicologia relazionale mette in evidenza il ruolo di fattori individuali. Allora la domanda è semplice: se una relazione ha bisogno di questi escamotage, non è già incrinata?
La geolocalizzazione non risolve l’incertezza relazionale, anzi la amplifica. Sostituisce il dialogo con dati, confonde cura con sorveglianza, e mette nelle mani di persone fragili strumenti che possono degenerare in stalking.
Conclusione: fiducia versus controllo
Il paradosso è chiaro: ciò che nasce come sicurezza può diventare miccia di insicurezza. La lezione da trarre è che la condivisione della posizione ha senso solo in casi circoscritti e consensuali. Altrimenti, vale la regola: se non ti fidi, non localizzare. Lascialo o lasciala (in pace).






























